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A DAY IN THE LIFE

The Beatles

"1967. Una sala di registrazione che lentamente si riempie all'inverosimile di musicisti che non sanno bene a quale bizzarro progetto Beatles (sponda McCartney) stiano per partecipare.

Viene chiesto loro di suonare un crescendo della durata di circa un minuto. Ma ecco che, temendo forse un risultato accademico, paludato, poco utile ai fini del suo lavoro, McCartney chiede ai 41 musicisti di indossare maschere, occhiali finti, nasi da clown, parrucche. Esiste una registrazione video dalla quale si percepiscono le espressioni dapprima attonite e in seguito divertite, partecipi del gioco al punto da devastare, spaccare in due il brano a creare una prima (ripetuta al fondo) cesura tra la metà canzone Lennon e quella McCartney che, mai come in questo caso, hanno diviso un brano letteralmente metà per uno.

Del resto eravamo alla fine dell'incredibile avventura Beatles, al fondo del loro album più importante, di un'opera che ne ha seminate mille in ogni parte del mondo e del tempo, che le ha precedute superandole a prescindere.

Persino la copertina di quest'album ha una gestazione che nessuna mai. E in questa sorta di pantheon in essa immortalato un intero universo, quello del 1967 e quelli passati, da Karl Marx a Carl Gustav Jung, da Marilyn Monroe a Bob Dylan.

"I read the news Today, oh Boy", puro Lennon con voce duplicata alla Elvis di Heartbreak Hotel, così comincia il brano. Come un giorno qualunque della vita, appunto.

Un giorno in cui muore un rampollo dell'alta società inglese schiantandosi in auto. Una notizia che colpisce Lennon al pari di quella secondo la quale si è contato il numero delle buche di strada a Blackburn e che queste buche sono quattromila. Due notizie che c'entrano nulla l'una con l'altra eppure stanno bene insieme dentro la stessa canzone, un po' come Lennon & McCartney stessi alla fine di Sgt. Pepper's. Nessuna possibilità residua di dialogo ma assoluta compatibilità artistica. Una coppia alla fine della storia che, come tante, finisce col parlare una lingua straniera uno all'altro, come in una certa canzone, che sono tre, in realtà.


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