— Disc Appunti

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CHEGA DE SAUDADE

João Gilberto

"E così questa è la roba che mandano da Rio?"

Si narra sia stata questa, più o meno, la reazione di un dirigente discografico all'ascolto di Chega de Saudage, scritta da Tom Jobim e Vinicius de Moraes, eseguita da Joao Gilberto.

Ovvero quando il nuovo ti passa vicino, ti sfiora e tu non hai occhi per vedere né orecchie per sentire.
Sono i momenti in cui pensi al primo gallerista che ha visto i tagli di Fontana, a Giulio II che alza lo sguardo alle pareti della Sistina e alla reazione che al nuovo assoluto possano avere avuto.

Quel discografico si sarà poi pentito? Non sappiamo.
Quel che sappiamo è che Chega de Saudage ha aperto la strada a un genere e che il suo esecutore ha spalancato le orecchie di ascoltatori semplicemente bisbigliandoci accanto.

Nella storia della musica popolare contemporanea nessuno ha richiesto silenzio come Joao Gilberto perché, se deve essere stato difficile sederglisi accanto e percepire il suo cantato, impossibile credo sia per chiunque pensare di suonargli vicino.
La voce di Joao va all'incontrario della musica, come i treni di "Azzurro".
Arriva un secondo dopo l'accordo già piazzato dalla chitarra e sembra sempre al limite della stonatura. Invece no, perché la sua voce è fatta per essere ascoltata esclusivamente se accompagnata dalle sue dita sulla chitarra, le uniche che sanno viaggiare indipendenti dal suono flebile ma implacabile di quella voce.

La cover di questo disco, portata a termine e prodotta da Caetano Veloso nel 2000, quarant'anni dopo la prima registrazione di Chega de Saudade, esemplifica il concetto: Voz e Violao. Voce e chitarra. Voce chitarra e silenzio, anzi.

Perché se è vero che la memoria serve a dimenticare, il silenzio cui invita il volto in copertina serve ad ascoltare. E a far rimpiangere quel discografico di aver parlato troppo e troppo presto. Ed è proprio intorno all'essere troppo convinti di sé qualcuno ha scritto molti anni dopo una bella canzone.


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