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PASSATO REMOTO

Francesco De Gregori

"Quel pomeriggio che ti ho detto Scusami ma qualche volta chiamami anche tu. E ancora adesso non ci posso credere che non ti avrei rivisto più".

Ovvero come raccontare la storia di almeno un pomeriggio di tutti noi in un solo verso.

I versi sembrano portare al "non amo che le rose che non colsi" di Gozzano.

"Il più bel sogno fu il sogno non sognato... Ed il più lungo viaggio fu quel viaggio che non fu iniziato", poi si va incontro a una scena di addio che sembrerebbe travolgere un rapporto di coppia "Consegna il mio stipendio al dio dei ladri raccogli le mie vesti e spargi il sale", per approdare allo svelamento di una storia che non è stata perché la telefonata di cui all'inizio non ha mai avuto luogo.

Insomma qui si racconta di come ogni volta, spesso o almeno in un'occasione, tutti siamo caduti nella trappola dell'autocompiaciuto "Seh, figurati se..." del "vediamo se resiste".

Salvo accorgerci che "Sì, resiste".

Resiste e si scorda di noi, non la rivedremo più e ci consoleremo citando la storia delle rose e del poeta che le ammirava lasciandole dov'erano.

O del cantante che dondolando sulla chitarra ci ricorda che potremo forse farcene una ragione, col tempo.

Col tempo e con la musica.

Magari ripensando a qualcuno che, per amore o per qualcosa che credeva assomigliargli da vicino, ha finito con lo scrivere la canzone più lunga della storia del rock.


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